La cruda realtà del potere, così efficacemente descritta da Machiavelli nel Principe non era sfuggita a More [...]. La differenza tra i due autori sta nel fatto che mentre il primo eleva quella cruda realtà a principio regolativo dell'arte politica, il secondo invece la sottopone a dura critica. Per More infatti non v'è alcuna ragione necessitante a far sì che la politica continui a essere una tecnica della sopraffazione e dell'inganno. Se ciò è accaduto nel passato e accade ancora nel presente non è detto che debba accadere anche nel futuro. La storia, proprio perché è libertà, non è soggetta a leggi deterministiche. Del resto, la legge della foresta, cui secondo Machiavelli deve ispirarsi ogni azione politica, non è affatto il principio costitutivo dell'arte politica, bensì una sua degenerazione.
More col suo progetto dimostra che è possibile riportare la politica alla sua essenza specifica di gestione equa e razionale della società, di servizio reso alla comunità, ossia di strumento per promuovere la prosperità, la giustizia, l'uguaglianza, la solidarietà tra i cittadini di uno stesso stato e tra tutti i popoli della Terra.
Perché questo avvenga è necessario che la politica tragga ispirazione da principi etici universali, come la giustizia, la libertà, la pace, l'amore del prossimo. Se la politica è diventata una mera tecnica della conquista e conservazione del potere, ciò è dovuto al fatto ch'essa non si è lasciata guidare dalla morale. E là dove la coscienza etica viene meno è inevitabile che prevalgano gli egoismi, le sopraffazioni, le guerre, in una parola, la legge della foresta. Solo se si lascia guidare dalla morale, la politica può assolvere la sua autentica funzione di "arte del governo", senza degenerare in tecnica di sopraffazione. Questo è il messaggio che Thomas More (e con lui l'intera tradizione utopica) c'invia. Un messaggio che è appunto agli antipodi di quello inviatoci da Machiavelli.

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