Molte statistiche indicano che il termine “ateismo” ha acquisito una straordinario connotazione negativa negli Usa e che essere un ateo è oggigiorno un impedimento per la carriera in politica (ancor peggio che essere nero o mussulmano oppure omosessuale). Con riferimento ad una recente indagine, solo il 37% degli americani voterebbero per un presidente ateo. L’ateismo è spesso percepito come intollerante, immorale, miserabile e infelice, cieco alle bellezze della natura e dogmaticamente chiuso all’evidenza di ciò che è soprannaturale. Persino John Locke, uno dei grandi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo non fosse del tutto tollerato perché, egli diceva, “le promesse e i giuramenti, che sono le basi della società, non possono farsi con un ateo”. Questo accadeva più di 300 anni fa. Tuttavia negli Usa oggi, poco sembra essere cambiato, un buon 87% della popolazione dice di non avere dubbi sull’esistenza di Dio; meno del 10% identificano loro stessi come atei, e la loro reputazione va sempre più deteriorandosi.Dato che sappiamo che gli atei sono spesso tra le persone più intelligenti e scientificamente preparati in una società pare opportuno ridimensionare questi miti che impediscono loro di giocare un ruolo più importante nel panorama nazionale.

1. Gli atei credono che la vita non abbia significato.

Non è vero, spesso sono le persone religiose che si lamentano che la vita è senza significato e che ne acquista solo con la promessa di una felicità eterna dopo la morte. Gli atei sono invece certi che la vita è preziosa ed è imbevuta di significati da essere veramente e pienamente vissuta. Le nostre relazioni con coloro che amiamo sono dense di contenuti e di valori adesso, non hanno bisogno di essere prolungate per sempre. Gli atei trovano questa mancanza di significati della vita… beh, … senza significato.

2. L’ateismo è responsabile dei più grandi crimini dell’umanità.

La gente di fede spesso ritiene che i crimini di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot fossero inevitabili prodotti della miscredenza. Ad ogni modo, il problema non è che il fascismo ed il comunismo, fossero troppo critici con le religioni quanto piuttosto il contrario: erano troppo simili alle religioni. Questi regimi sono dogmatici nelle fondamenta ed in generale accrescono il culto della personalità che è indistinguibile da altri culti religiosi o di venerazione degli eroi. Auschwitz, i gulag ed i campi di sterminio non erano esempi di ciò che accade quando gli uomini abbandonano i dogmi religiosi. Sono piuttosto esempi di dogmi politici, razziali e nazionalistici che corrono all’impazzita. Non esiste nessun caso nella storia che la società abbia sofferto perché la sua gente fosse diventata troppo ragionevole.

3. L’ateismo è dogmatico.

Gli ebrei, i cristiani e i musulmani dichiarano che le loro scritture sono talmente profetiche a riguardo dei bisogni dell’umanità che esse potevano essere scritte soltanto sotto dettatura di una divinità onnisciente. Un ateo è una persona che considera queste dichiarazioni semplicemente ridicole. Uno non deve necessariamente prendere tutto come fede od essere altrimenti dogmatico per rifiutare credenze religiose ingiustificate. Come disse una volta lo storico Stephen Henry Roberts (1901-1971): “Scommetto che siamo entrambi atei. Io solo credo in un dio in meno di te. Quando tu capirai perché ti sei liberato di tutti gli altri dei possibili, allora capirai perché io mi sono liberato dal tuo.”

4. Gli atei pensano ad un universo creato dal caso.

Nessuno conosce perché l’universo è venuto all’esistenza. In effetti, non è chiaro come possiamo coerentemente parlare dell’”inizio” o della “creazione” dell’universo giacché queste idee presuppongono il concetto di tempo ed essere qui a parlare dell’origine dello spazio-tempo. La nozione che gli atei credono che ogni cosa fu creata dal caso è anche oggi regolarmente rigettata dalla critica all’evoluzione darwiniana. Come spiega Richard Dawkins nel suo meraviglioso libro, “L’illusione di Dio”, questo rappresenta un grande malinteso della teoria dell’evoluzione. Anche se non sappiamo di preciso come la chimica primitiva fece nascere la biologia, sappiamo che la diversità e la complessità che troviamo nel mondo, non è un prodotto del caso. L’evoluzione è una combinazione di mutamenti casuali e di selezione naturale. Darwin arrivò alla frase “selezione naturale” in analogia con la “selezione artificiale” che compivano gli allevatori di bestiame. In entrambi i casi la selezione esercita un potente effetto non aleatorio per lo sviluppo di ogni specie.

5. L’ateismo non ha connessioni con la scienza.

E’ anche possibile essere uno scienziato e lo stesso credere in Dio, come alcuni scienziati dimostrano di fare. Si tratta di un impegno con il pensiero scientifico che tende ad erodere più che a supportare la fede religiosa. Prendendo ad esempio la popolazione degli Stati Uniti: Molte indagini mostrano che circa un 90% della gente crede in un Dio personale, mentre il 93% dei membri della Accademia Nazionale delle Scienze, no. Questo suggerisce che ci sono alcuni modi di pensare che sono meno congeniali verso la fede religiosa di quanto non lo sia la scienza.

6. Gli atei sono arroganti.

Quando gli scienziati non conoscono qualcosa - come ad esempio perché l’Universo è venuto ad essere e perché e come le prime molecole auto replicanti si formarono- essi ammettono di non sapere. Fare finta di sapere cose che non sanno significa prendersi una profonda responsabilità nella scienza. Non così per le religioni basate sulla fede. Una delle più grandi ironie su un discorso religioso sta nel fatto che spesso con quelle persone di fede pregano sé stessi per la loro umiltà, mentre credono di sapere fatti sulla cosmologia, la chimica e la biologia che nessuno scienziato conosce. Quando si considerano questioni sulla natura del cosmo ed il nostro posto in esso, gli atei tendono a sottolineare le loro opinioni sulla scienza. Non è arroganza, è onestà intellettuale.

7. Gli atei sono chiusi all’esperienza spirituale.

Non c’è niente che impedisca ad un ateo le esperienze dell’amore, dell’estasi, del rapimento interiore. Gli atei possono valutare queste esperienze e cercarle con regolarità. Quello che gli atei non fanno è fare ingiustificati ed ingiustificabili affermazioni sulla natura della realtà sulle basi di queste esperienze. Non c’è alcun dubbio che qualche cristiano abbia trasformato la propria vita in meglio con la lettura della Bibbia e pregando Gesù. Ma cosa prova questo? Prova che certe discipline sull’attenzione e codici di comportamento possono avere profondi effetti sulla mente umana. Possono queste positive esperienze dei cristiani suggerire che Gesù è il solo salvatore dell’umanità? Non proprio, poiché gli indù, buddisti, mussulmani ed anche atei possono avere questo tipo di esperienze. Non c’è in effetti nessun cristiano in questa Terra che possa essere certo che Gesù portasse la barba più di quanto non fosse nato da una vergine o risorse dalla morte. Non sono queste le classi di affermazioni che l’esperienza spirituale può autenticare.

8. Gli atei credono che non c’è niente al di là della vita umana e dell’umana comprensione.

Gli atei sono liberi di ammettere i limiti dell’umana comprensione in un modo completamente diverso da quello della gente religiosa. E’ ovvio che non comprendiamo completamente l’universo; ma è anche più ovvio che né la Bibbia né il Corano rispecchiano una comprensione migliore. Non comprendiamo se c’è qualche altra forma di vita complessa da qualche parte nel cosmo, ma potrebbe essere. Se fosse, queste cose potrebbero sviluppare una comprensione delle leggi della natura che superi di gran lunga la nostra. Gli atei possono liberamente intrattenersi con queste possibilità. Loro possono anche ammettere che se esistessero tali straordinari extraterrestri, i contenuti della Bibbia e del Corano sarebbero meno significativi di quanto loro non lo siano per gli atei. Da un punto di vista degli atei, il mondo delle religioni banalizza totalmente la bellezza reale ed immensa dell’universo. Per fare un’osservazione, uno non deve accettare nulla sulla base di evidenze insufficienti.

9. Gli atei ignorano il fatto che la religione è estremamente benefica alla società.

Coloro che enfatizzano i buoni effetti della religione sembrano non rendersi conto che tali effetti falliscono nel voler dimostrare la verità di ogni dottrina religiosa. Perciò abbiamo termini come “wishful thinking” ed “auto-delusione”. C’è una profonda distinzione tra un inganno consolatorio ed una verità. In ogni caso, gli effetti positivi della religione possono sicuramente essere messi in discussione. In molti casi sembra che la religione dia alla gente cattive ragioni per comportarsi bene quando in realtà ce ne sono di buone ragioni disponibili. Chiedetevi se è più morale aiutare il povero fuori di sé per la propria sofferenza o fare ciò perché credi che il Creatore dell’universo lo vuole, ti ricompenserà per averlo fatto o ti punirà per non averlo fatto?

10. L’ateismo non fornisce base morali.

Se una persona non ha ancora capito che la crudeltà è sbagliata, non lo scoprirà certo leggendo la Bibbia o il Corano, giacché questi libri sono emersi al mondo proprio con celebrazioni di crudeltà, entrambe umane e divine. Noi non riceviamo la nostra moralità dalle religioni. Noi decidiamo ciò che è bene nel nostro libro interiore come una sorta di ricorso ad intuizioni morali che sono (ad ogni livello) ben radicate in noi e che sono il nostro bagaglio culturale “affinato” nel corso di migliaia di anni e di pensiero sulle cause e le possibilità della felicità. Noi abbiamo fatto considerevoli progressi morali nel corso degli anni e non l’avremmo fatto con una lettura più serrata della Bibbia o del Corano. Entrambi i libri, ad esempio, discolpano la pratica della schiavitù, nonostante ogni umana civiltà riconosce che la schiavitù sia un abominio. Qualunque cosa sia buono nelle Scritture -come la regola d’oro- può essere valutata per la sua saggezza etica senza necessariamente credere che tale saggezza ci sia piovuta dal cielo dal creatore dell’universo.

Di Sam Harris (tradotto: W. Mendizza)
24/12/2006. Los Angeles Times
Hugo Chavez ha chiesto, domenica, che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, si pronunci decisamente contro il colpo di Stato militare in Honduras, che egli considera "ispirato" dalla "Central Intelligence Agency". Egli ha precisato che gli elementi, come ad esempio il fatto che la stampa Honduregna abbia diffuso vignette anzichè informazioni, corrispondano al "format" usato della Central Intelligence Agency (CIA) per il colpo di Stato.
Il ritorno dei peronisti in Argentina e l'odierno colpo di stato in Honduras, fanno trapelare un ritorno in grande stile della politica panamericana della CIA dopo i fallimenti in medio oriente.

La prima Corte d'Assise di Milano ha inflitto condanne fino a 15 anni di reclusione nel processo a 17 presunti appartenenti alle nuove Br, versione "partito comunista politico-militare".
I giudici hanno deciso pene più miti rispetto alle richieste del Pm. Le pene vanno da dieci giorni a quindici anni. Il pm aveva chiesto pene comprese tra 2 e 22 anni. La condanna piu' pesante 15 anni di reclusione e' stata inflitta a Claudio Latino e Davide Bortolato.
Alla lettura della sentenza gli imputati, chiusi in gabbia, si sono messi a cantare e a gridare slogan: "Contro la crisi dell’imperialismo guerra di classe per il comunismo".
"È una sentenza che azzera gli spazi di democrazia e nell’inesistenza di un reato associativo colpisce la realtà antagonista". È il commento degli avvocati Giuseppe Pelazza e Ugo Giannangeli. I legali, che difendono numerosi imputati nel processo, tra i quali Bortolato e Latino, hanno detto che "il Tribunale speciale degli anni ’20 e ’30 fu più rigoroso nell’applicare la legge".

Da tempo alla RAI fervono i preparativi per la puntata speciale di "Porta a Porta" in occasione della ricorrenza della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con i preparativi cresce però anche la preoccupazione per l'evento; una preoccupazione che nei giorni scorsi pare abbia preso addirittura le caratteristiche dell'attacco di panico. Sui loro teleschermi gli Italiani vedranno infatti scorrere le immagini d'epoca, prima tra tutte quella in cui Bruno Vespa al telegiornale annunciava trionfalmente il nome del colpevole della strage alla Banca dell'Agricoltura: l'anarchico Pietro Valpreda.Per i giovani telespettatori potrebbe essere un trauma. Ma come? Quaranta anni fa il presentatore di "Porta a Porta" era già lì! E proprio a lui era conferito l'onore di diffondere la versione ufficiale che poi si sarebbe rivelata clamorosamente falsa!Bruno Vespa: colui che viene fatto passare per il testimone imparziale, per il notaio nel cui salottino/studiolo Berlusconi è andato a firmare il contratto con gli Italiani. Bruno Vespa apparirà improvvisamente non come un cronista, per quanto servile, ma come uno coinvolto nei fatti, il più coinvolto di tutti, data la sua anzianità di servizio nel depistaggio.Quaranta anni di onorato servizio? E se il vero capo - il Capo dei Capi - fosse proprio lui? Altro che Totò Riina.A quel punto potrebbe essere la fine. Tutta la carriera di Bruno Vespa potrebbe essere riveduta sotto questa nuova luce. Una volta crollata la diga della credulità, i sospetti dilagheranno e scoperchieranno tutto.Se Bruno Vespa è coinvolto nel depistaggio sulla strage, perché non anche nella strage? E poi: perché tante puntate di "Porta a Porta" sul delitto di Cogne? I sospetti diverranno certezze: il vero assassino di Cogne è Bruno Vespa.Bisognava correre ai ripari, per prevenire la catastrofe, per fare in modo che le parole pronunciate da Bruno Vespa quaranta anni fa davanti a milioni e milioni di Italiani non apparissero per delle sfacciate menzogne. Valpreda deve assolutamente essere presentato come colpevole, almeno in parte.Che si fa? Si prende un giornalista de "l'Unità", così si può far credere che sia imparziale, e lo si sceglie fra quelli che abbiano la fama di giornalisti "investigativi", cioè si fanno imbeccare dai servizi segreti. Poi gli si fa scrivere un libro/rivelazione su Piazza Fontana e gli si fa fare tanta pubblicità preventiva dal "Corriere della Sera". Per dicembre il libro sarà uscito e l'autore, Paolo Cucchiarelli, potrà essere invitato a parlarne a "Porta a Porta", per dimostrarci la colpevolezza di Valpreda.Tutto è già previsto: Cucchiarelli prenderà la parola per spiegare ai telespettatori ciò che ha già esposto nel libro. A Piazza Fontana le bombe furono due, anche le borse furono due, persino i Valpreda furono due, uno vero e uno finto. Cucchiarelli ci spiegherà poi dove ha preso queste informazioni così attendibili: la sua prima fonte è un funzionario del SISDE, i servizi segreti civili; poi ci sono alcuni documenti dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, che era proprio quella struttura che poi si sarebbe chiamata SISDE. Ma a questo punto a qualche telespettatore non potrebbe venire in mente che anche Cucchiarelli sia un agente del SISDE? E l'Ufficio Affari Riservati - il protoSISDE - non è risultato coinvolto anch'esso nella strage?Giusto. Allora a Cucchiarelli si farà citare anche due fonti libere e imparziali: il magistrato che per primo ha avviato le indagini sulla falsa pista anarchica, e un generale esperto di esplosivi, uno legato al segreto militare e alla disciplina NATO. Più imparziali di cosi!?E poi c'è l'asso nella manica. Cucchiarelli potrà svelarci anche che gli anarchici non mettevano le bombe solo nel 1969. Continuano anche adesso. In base alle informative del solito SISDE, si sa che si fanno chiamare Federazione Anarchica Informale, e, secondo la ricostruzione di un Pubblico Ministero, questa FAI informale non è altro che il braccio armato della Federazione Anarchica Italiana, quella storica, fondata nel 1945. I telespettatori si immagineranno la scena: gli anarchici della FAI segretamente riuniti per dare vita ad una organizzazione armata segreta e parallela. Si immagineranno - o vedranno ricostruita in un'apposita fiction - la loro discussione: che nome dare a questa organizzazione armata in modo che nessuno sospetti un suo legame con la FAI? Ovvio: la chiameremo FAI! Geniale. Purtroppo per loro, gli anarchici non avevano tenuto conto delle facoltà mentali superiori - quasi medianiche - dei Pubblici Ministeri italiani, perciò il segretissimo legame tra la FAI e la FAI informale è stato scoperto. Peccato. Da parte degli anarchici sarebbe bastato un po' più di fantasia nella ricerca del nome. Ad esempio: SISDE informale. Cucchiarelli potrà concludere la trasmissione dichiarando che gli anarchici erano bombaroli nel 1969 e bombaroli adesso. Quindi Bruno Vespa aveva ragione ad additare Valpreda come il colpevole. Un applauso.

La Sicilia, come da sempre nella storia italiana, rappresenta quel laboratorio politico dal quale sono sempre usciti gli assetti di governo nazionale. Il lombardo-bis non è un colpo di testa dell'attuale governatore ma una fine mossa politica che determinerà gli assetti di potere negli anni a venire.
Con Alfano e Schifani che non rispondono nemmeno alle telefonate dei "parenti", il PDL siciliano è pronto a rimettersi in mano all'ex coordinatore regionale di Forza Italia Gianfranco Miccichè il quale gode di un legame "indissolubile" con Berlusconi (e non è soltanto di legame politico che si sta parlando).
Cuffaro e l'UDC staranno fuori dal nuovo governo in quanto il dialogo con Miccichè è impossibile e poi perchè, all'ex governatore, probabilmente, sono stati promessi "tempi lunghi" per la fissazione e la trattazione del giudizio d''appello nel procedimento penale che lo ha visto condannato a cinque anni di carcere per favoreggiamento, tutto quanto basti per arrivare alla prescrizione del reato.
La sinistra sarebbe pronta ad un appoggio esterno che le consentirebbe di rientrare nel gioco politico regionale e tentare di riacquistare quei consensi clientelari così fondamentali per qualsiasi formazione partitica siciliana.
Sullo sfondo di una apparente stabilità del sistema si sta consumando l'ennesimo golpe bianco della storia politica italiana.

“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.”

Quando alla fine di aprile è stata annunciata la fusione di Fiat con Chrysler, ovvero il salvataggio della più piccola delle big three di Detroit, un'ondata di entusiasmo ha attraversato il Bel Paese. La nostra piccola casa automobilistica, gracile e assistita, salvata da sicuro fallimento negli anni 2002/2003 con la svendita dei gioielli di famiglia dell'impero Agnelli, risorta nella Pasqua di Resurrezione dell'era Marchionne, andava in soccorso del gigante americano ormai quasi cadavere.
Oltretutto il salvataggio sarebbe avvenuto senza costi e conseguenze pesanti: la Chrysler verrà pilotata in un fallimento assistito, rapido e a tempo, incasserà 5/6 miliardi di dollari di incentivi dal governo americano, i lavoratori avranno il 55% delle azioni in cambio di duri sacrifici su salari, sanità e pensioni, la Fiat avrà il 20% prima, il 35% poi e il 49,9% alla fine, se tutto andrà bene da qui al 2013. Andare bene significa fare vendere a Chrysler 1,5 milioni di auto fuori dagli Usa ed essere in grado di restituire i prestiti pubblici. In cambio Fiat dovrà mettere a disposizione i suoi motori, le sue tecnologie, i suoi manager e le sue capacità organizzative, per tentare di raddrizzare la sorte di Chrysler e fare ripartire le vendite. Nessun investimento finanziario importante, soltanto tecnologie, idee e materia grigia. A Torino possono interessare Jeep e Dodge per i mercati europei e la rete di concessionarie Chrysler negli Usa, per piazzare Alfa e 500. A Detroit possono servire i motori a basso impatto ambientale studiati a Torino, ed in particolare il multiair, l'ultima creatura del Centro Ricerche Fiat, che sembra lavorare con maggiore efficienza e risparmio di consumo fino al 45%, in una riedizione aggiornata del multijet e del common rail. Il solito genio italico che riesce a piazzare all'estero i propri articoli?
La realtà sembra un po' diversa da questa autentica favola e la scommessa per sopravvivere nel competitivo mondo dell'auto è tutt'altro che vinta. La seconda puntata dello show, cioè la trattativa su Opel, lo sta dimostrando ampiamente.Il settore dell'automotive riscontra la presenza, a livello mondiale, di una strutturale sovracapacità produttiva: le fabbriche sono in grado di sfornare 100 milioni di pezzi l'anno, il mercato è in grado di assorbirne solo 60. La crescita dei mercati emergenti, compressa da limiti ecologici, fisici e economici, non è in grado di compensare la stagnazione dei mercati maturi e saturi, dove si assiste ad un lento processo di sostituzione, appesantito dalla crisi e dalla irrazionalità del modello di trasporto prevalente. In una fase di crisi dirompente, come l'attuale, il processo di cannibalizzazione tra produttori è inevitabile: secondo Marchionne solo 5/6 produttori potranno sopravvivere, se sapranno attestarsi sopra i 6 milioni di pezzi venduti ogni anno. Solo aggregandosi si può continuare a competere.Già dagli anni '70 è esploso il problema della scarsa redditività dell'investimento e la tentazione di liberarsi del settore auto, specialmente per quei produttori più deboli, come Fiat, dove i punti di forza (i segmenti bassi della gamma prodotti) corrispondono agli utili più modesti. Oggi la Fiat guadagna in media 2.500 euro a pezzo venduto, la Bmw oltre 8.000. La famiglia Agnelli, pletorica e rissosa, succhia dividendi tramite Exor (il nome nuovo di Ifil) e vorrebbe uscire dagli alti e bassi del ciclo dell'auto per stabilizzare le proprie rendite concentrandosi su business più profittevoli e meno volatili.La nuova occasione di Fiat è l'assorbimento di Opel, la divisione europea di GM, votata al fallimento entro il prossimo 1° giugno. Nell'attesa di capire cosa accadrà a GM, il governo tedesco cerca un partner per Opel, che racchiude circa l'ottanta per cento delle attività GM Europa, ha in Germania 4 stabilimenti ed occupa decine di migliaia di addetti. Il governo Merkel si appresta a blindare la Opel attraverso la nomina di un amministratore fiduciario, il finanziamento delle attività tramite le banche regionali dei Lander che ne ospitano le fabbriche e la ricerca di un partner industriale, che a questo punto non può essere altri che Fiat oppure il gruppo austro-canadese di Magna, finanziato dalla banca russa Sberbank. E' ancora presto per dire se Fiat vincerà, ma il piano industriale presentato al governo tedesco, reso noto dai sindacalisti della Fiom e dell'Ig Metall, non può che destare forti inquietudini per le sue ricadute sugli stabilimenti, italiani e non solo.A fronte dei 5/6 miliardi di euro che il governo tedesco sembra disposto ad offrire per salvare Opel, il piano Marchionne prevede il taglio di 18 mila posti di lavoro. La sovrapposizione dei modelli nei vari segmenti è infatti marcata: non dimentichiamo che GM e FIAT sono state sul punto di fondersi ed avevano sviluppato ampie collaborazioni su piattaforme e prodotti. Le sovrapposizioni interessano in particolare i cinque segmenti di mercato che rappresentano la componente principale del fatturato dei due gruppi.
Nel segmento A delle city car lo scontro è ad Est: la Fiat produce 500, 600 e Panda a Tichy (Polonia), la Opel produce l'Agila a Gliwice (Polonia) e ad Estergom (Ungheria). Nel segmento B delle utilitarie, lo scontro è Italia-Germania-Spagna, perché Melfi produce Grande Punto, Termini Imprese Lancia Ypsilon, mentre da Eisenach (Germania) e da Zaragoza (Spagna) escono le Opel Corsa. Nel segmento C lo scontro è su scala europea: Cassino produce Bravo e Delta, Pomigliano l'Alfa 147, mentre a Bochum (Germania), Ellesemere (GB) e Anversa (Belgio) si producono le Astra, il vero polmone finanziario di Opel. Anche nel segmento D sarà guerra: Cassino e Pomigliano fanno Croma e Alfa 159, mentre il quartier generale di Opel, a Russelsheim, sforna le Vectra. Infine il segmento dei monovolumi: Mirafiori produce Multipla, Idea e Musa, mentre Zaragoza, Bochum e Gliwice fanno Meriva e Zafira. Dei 14 stabilimenti europei di Fiat-Opel , rischiano di chiudere almeno 7 stabilimenti: due inglesi, tre tedeschi e i due italiani di Pomigliano d'Arco e Termini Imerese.
Tutto questo si svolge in un contesto dove la caduta della domanda è fortissima, dove i crolli di gennaio e febbraio sono stati rispettivamente del 27% e del 18%, con marzo a -9% e aprile a -12%. Solo gli incentivi alla rottamazione hanno dato un po' di respiro ad una situazione che resta comunque pesante ed incerta.La Fiat punta naturalmente a fare il colpo grosso, salire di taglia, farsi dare i soldi dai governi, chiudere più fabbriche e tagliare più posti di lavoro possibile e poi rilanciare la partita, andando all'assalto anche delle redditizie attività sudamericane di GM, infine ripartire con il risiko europeo, puntando a Peugeot-Citroen, con lo sviluppo in Asia, puntando su Honda, e l'espansione in India, tramite Tata.
A livello di immagine, il gruppo ha fatto negli anni un grosso lavoro di svecchiamento, azzerando i vecchi vertici, adottando uno stile glamour con i pullover di Marchionne, la generazione dei quarantenni, il nuovo stile Fiat, i nidi aziendali, la possibilità di pitturarsi le pareti negli uffici e nelle sedi, la ricostruzione della comunicazione aziendale. Nelle fabbriche invece i vecchi metodi non sono mai cambiati: scontro duro su ritmi e turni, saturazione dei tempi, trasferimenti punitivi, licenziamenti per rappresaglia. L'azienda piatta non rinuncia alla durezza della catena gerarchica e all'assolutismo delle sue decisioni.Nel sindacato c'è chi, come Bonanni, saluta con allegria la fine del compromesso tra Lingotto e Fiom e rilancia il modello del sindacato partecipativo e collaborativo, proprietario delle azioni, presente nella stanza dei bottoni. Sacrifici e responsabilità, l'azienda deve sopravvivere, pazienza se occorre rinunciare a qualcosa o a tutto. Nella Fiom sopravvivono malamente idee diverse, ma annichilite dall'isolamento, dalla debolezza del proprio insediamento produttivo, dalla subalternità al quadro politico, dalla mancanza di autonomia. I sindacati di base subiscono la durezza delle condizioni materiali in cui operano, la repressione aziendale, svolta in forma congiunta dalla gerarchia di fabbrica e dalle quadrate legioni delle sigle confederali. Non è difficile comprendere la difficoltà di sviluppare iniziativa in un contesto così pesante, con lavoratori passivi, bloccati da ricatti, paura e rassegnazione. Mentre dilaga la cassa integrazione, alla Fiat si impongono i sabati lavorativi. Lo sciopero indetto fallisce per la fame di reddito dei lavoratori: l'emblema più efficace della condizione disperata in cui vivono gli operai, fra miseria economica e paura di perdere anche quel minimo di garanzie residue.La crisi e le sue dinamiche stanno spazzando via le ultime illusioni: non ci sono pasti gratis e nemmeno posti a sedere per tutti, nel nuovo capitalismo post-finanziario. La possibilità di difendere gli assetti socio-economici tradizionali viene erosa da processi rapidissimi, in grado di stravolgere lo statuto della convivenza sociale. Solo un cambiamento altrettanto rapido dell'agire collettivo, la capacità di pensare e lottare per una struttura sociale meno escludente e più inclusiva possono fermare il degrado. Nella crisi nascono nuovi assetti sociali e noi siamo pienamente dentro questo processo.

Renato Strumia per Umanita Nova

La pratica dei respingimenti in acque internazionali di barconi di migranti verso le coste europee adottata da alcuni giorni dal governo italiano è in contrasto con la Convenzione di Ginevra e le normative Ue e italiane.
Lo ha detto oggi il rappresentante in Italia dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, incontrando il ministro dell'Interno Roberto Maroni, come riferisce un comunicato.
La nota dell'Unhcr è stata diffusa dopo l'incontro al Viminale tra Maroni e Laurens Jolles "per discutere delle implicazioni derivanti dalla politica dei respingimenti di migranti e richiedenti asilo verso la Libia attuata recentemente dal governo italiano".
Jolles, che rappresenta in Italia l'agenzia dell'Onu per i profughi, "ha ribadito che la nuova politica inaugurata dal governo si pone in contrasto con il principio del non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che trova applicazione anche in acque internazionali".
"Questo fondamentale principio, che non conosce limitazione geografica, è contenuto anche nella normativa europea e nell'ordinamento giuridico italiano", dice il comunicato.
Per questo l'Unhcr dice di aver chiesto al Viminale di riammettere in Italia le persone respinte nei giorni scorsi, spiegando che "dal punto di vista del diritto internazionale, l'Italia è responsabile per le conseguenze del respingimento".
L'ufficio stampa del ministero dell'Interno ha detto che per il momento non ha commenti da fare.
L'Unhcr ha anche "bocciato" la proposta di Maroni di accertare direttamente in Libia le domande di asilo, spiegando che "non vi sono al momento le condizioni necessarie per svolgere tale attività".

Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi sarebbe stato rassicurato dai vertici vaticani: in merito alle sue vicende familiari, le gerarchie ecclesiastiche non avrebbero alcuna intenzione di andare oltre l’invito alla sobrietà già rivolto nei giorni scorsi. Come ha ricordato Ugo Magri sul sito de La Stampa, “dal punto di vista religioso, la lite coniugale sana una condizione di peccato grave, quasi di scandalo (per il diritto canonico Berlusconi è ancora sposato con Carla Dall’Oglio). Insomma: il paradosso è che, rompendo l’unione con Veronica da cui ha avuto tre figli, il premier verrà riammesso ai sacramenti, come da tempo anelava. Chi immagina contraccolpi negativi sul voto cattolico in vista delle Europee, consideri l’impatto visivo di Berlusconi che fa la comunione, proprio come un vecchio leader democristiano”.

Vi propongo un interessante saggio di Roberto Valle che ci aiuta ad approfondire meglio la nostra conscenza sul nuovo fenomeno del nazional-bolscevismo.


Roberto Valle – Julius Evola e la Russia
L’epoca dei paradossi terminali dell’ideocrazia sovietica (tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta) può essere definita come il periodo del terzo “risveglio filosofico” della Russia (il primo risveglio filosofico risale agli anni Trenta e Quaranta del XIX con l’affermazione di due orientamenti metapolitici e istoriosofici: l’occidentalismo e lo slavofilismo; il secondo risveglio risale all’”età d’argento” dell’inizio del XX secolo, a quel “rinascimento filosofico-religioso” che - attraverso le opere di Berdjaev, Bulgakov, Merežkovskij, Šestov , Florenskij e Rozanov- auspicava il superamento del materialismo filosofico e del populismo dell’intelligencija rivoluzionaria proponendo una nuova nuova sintesi metapolitica tra istanze di rinnovamento sociale e valori religiosi).Secondo Florovskij (Vie della teologia russa), questi risvegli sono preceduti da un “destino storico più o meno complesso, a esperienze e prove che si protraggono nel tempo, diventando oggetto di riflessione e giudizio”. Il “terzo risveglio filosofico” russo ha infranto la monofonia dell’ideocrazia sovietica e, in contesto polifonico, si sono appalesati diversi orientamenti: il marxismo post-comunista; il neo-razionalismo strutturalista (Lotman); l’idealismo slavofilo-ortodosso; l’antropo-cosmismo new age (che ha origine nella “filosofia della causa comune” di Fëdorov); la kulturologija (la filosofia del dialogo culturale e dell’autodeterminazione attraverso l’altro che deriva dal romanzo polifonico di Dostoevskij e da pluralismo tragico di Bachtin); la filosofia dello “spirito nazionale” o della samobytnost’ (dell’originalità della civiltà russa) che, ecletticamente, combina tra loro degli orientamenti eterocliti (lo slavofilismo russo del XIX secolo, l’eurasismo, la “morfologia della cultura” e il “tramonto dell’Occidente” di Spengler, Solženicyn, l’istoriosofia etno-biopolitica di Lev Gumilëv). In quest’ultimo orientamento si colloca quella scoperta del tradizionalismo di Guénon e di Evola, quale sistema metafisico forgiato dalla “nuova destra” dissidente negli anni Sessanta.La scoperta dell’opera di Evola avvenne attraverso la diffusione del samizdat (in particolare furono tradotti in russo La tradizione ermetica e Imperialismo pagano, la cui versione in tedesco giaceva nella Biblioteca Lenin di Mosca) e attraverso due esponenti della cultura underground: il poeta dissidente Evgenij Golovin e il filosofo musulmano Geidar Djemal (oggi presidente del “comitato islamico” e oppositore di quel “centralismo spirituale” imposto da Putin con la riforma religiosa del 2005 per impedire il proselitismo protestante e cattolico e per contenere la minaccia islamista proveniente dal Caucaso).Come rileva Dugin, a partire dagli anni Sessanta si è formata la corrente russa del tradizionalismo integrale, che ha esteso il “rifiuto totale della realtà sovietica al mondo moderno in quanto tale”.L’opera di Evola ebbe anche diffusione tra coloro che si interessavano allo spiritualismo (yoga, teosofismo, psichismo): tale filone è confluito nella new age post-sovietica. In epoca sovietica, Evola ebbe un influsso anche sulla destra tradizionale russa (ortodossa, monarchica e nazionalista) che sosteneva quell’idea di Stato corporativo contenuta nella visione di Berdjaev del “nuovo medioevo” (un’opera provocatoria del 1923 che conteneva il programma per far emergere la Russia dal giogo bolscevico) e della “filosofia dell’ineguaglianza”.Nell’epoca della perestrojka e della glasnost’ , Evola è entrato nel complesso culturale patriottico e conservatore russo (le riviste “Elementy”, “Naš Sovremennik”, “Den” hanno cominciato a pubblicare l’opera di Evola).Dopo il crollo dell’ideocrazia sovietica, si è consumato uno scisma all’interno della destra russa: da una parte la destra nostalgica arcaico-monarchica, dall’altra la “nuova destra” che ha fatto proprio l’orientamento della “rivoluzione conservatrice”, collocando Evola al di là della reazione, coniugando tra loro l’”imperialismo pagano” e la “rivolta contro il mondo moderno”.Nell’instabile e sregolata “Russia di Weimar”(dominata dalla “monarchia elettiva” El’cin, dal “tallone di ferro” dell’oligarchia e dal “bolscevismo di mercato”), la nuova destra si è posta in una duplice prospettiva: dal punto di vista politico ha originato le diverse alleanze rosso-brune.Dal punto filosofico, invece, ha affermato il “radicalismo metafisico” che ha sostenuto, sul piano istoriosofico, la radicale trasformazione della Russia (le dinamiche storiche della Russia non sono evolutive come quelle dell’Occidente, ma distruttive e catastrofiche), quale fondazione di un nuovo tipo di ideocrazia che, in base ai diversi orientamenti ideologici, è stata variamente definita: cosmismo, teocrazia universale, comunismo escatologico, eurasismo e tradizionalismo radicale.La “nuova destra” russa si è appellata alla resurrezione degli antenati o alla restaurazione della tradizione.Ispirandosi ad Evola, il tradizionalismo radicale ha condannato il cosmisno fiodoroviano sia come scaturigine del comunismo russo, sia come eresia tecnocratica ossessionata dall’idea di progresso.D’altro canto, il telepopulista Žirnovskij ha accusato i tradizionalisti radicali di essere dei romantici alienati dal mondo contemporaneo e ossessionati da un immemorabile passato. Al “radicalismo tradizionalista” si ispira anche il leader del partito comunista russo Zjuganov che ha riscoperto l’antica tradizione spirituale della Russia collocandola in una Weltanschauung che comprende la narodnost’, la sobornost’ (comunitarismo spiritualista) e la deržavnost’ (lo Stato potenza concepito nella sua dimensione imperiale).Tra maggio e giugno del 2002 la “Pravda” ha pubblicato a puntate Julius Evola: un tradizionalista radicale, un lungo saggio dell’anarchico nazionalista inglese Troy Southgate, estimatore di quell’anarchismo mistico russo del primo Novecento (Čulkov, Ivanov) che è una delle scaturigini dell’attuale “radicalismo metafisico”. Per Southgate, Evola non è un reazionario, ma (al pari di Moeller van den Bruck , Mohler e Strasser) va inserito tra gli ideologi della “rivoluzione conservatrice”: per Evola il termine rivoluzione ha una connotazione positiva, non entropica ma “energetica”, quale ritorno all’origine.Contrapponendo il tradizionalismo allo storicismo, Evola, non diversamente da Eliade, ha riattualizzato il mito dell’eterno ritorno, quale antitesi del mito del progresso.L’adesione di Evola alle avanguardie del primo Novecento non è in contraddizione con il tradizionalismo, perché la tradizione è una categoria polemica (non statica) che rivela ciò che è perenne e che trascende la modernità anacronistica. Secondo Dugin, l’evoliana rivolta contro il mondo moderno si inserisce idealmente in quella tradizione di pensiero specificamente russa che si espressa nel rifiuto del mondo moderno e che per prima ha forgiato il mitologema del “tramonto dell’Occidente” (slavofili, Dostoevskij, Danilevskij).D’altro canto, l’idea della “rivoluzione conservatrice” è stata mediata dal pensiero politico russo, perché Moeller van den Bruck, tra il 1906 e il 1914 curò, insieme a Merežkovskij (autore citato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno, quale conoscitore dei “misteri d’Oriente”), l’edizione tedesca dell’opera di Dostoevskij: sia il rinascimento religioso russo del primo Novecento e gli eurasisti degli anni Venti, sia il pensiero neoconservatore tedesco (Spengler, Mann e Moeller) hanno tratto da Dostoevskij l’idea della rivoluzione conservatrice e dell’”esodo dall’Occidente”.Tuttavia, diversamente da Dostoevskij, gli ideologi del Novecento hanno sottratto la “rivoluzione conservatrice” alla polifonica inquietudine del moderno, trasformandola in una monofonica ideologia iperurania.Nelle sue fumisterie escatologiche e geopolitiche, Dugin afferma che Dostoevskij (in realtà avversario sia dell’utopia, sia dell’età dell’oro) sostiene la visione dell’Impero Finale in corrispondenza con le profezie di Gioacchino da Fiore.Per Dugin, l’idea di “Mosca Terza Roma” ( apice della “missione nazional-religiosa della Russia e che ha subito una metamorfosi bolscevica con la Terza Internazionale) corrisponde all’”ideale ghibellino” evoliano che denuncia il ruolo nefasto del cattolicesimo nella decadenza dell’Occidente.In realtà, in Imperialismo pagano, Evola afferma che la Terza Roma bolscevica (come quella di Mazzini) era un “antimpero” che predicava la fratellanza dei popoli. Secondo Dugin, invece, Evola ha sbagliato a prendere una posizione radicalmente anticomunista e a non riconoscere il lato “paradossale” e “tradizionale” della rivoluzione bolscevica che ha restaurato e reso più potente la Terza Roma moscovita. Dal punto di vista della “sinistra metafisica” russa, Evola, soprattutto in Cavalcare la tigre, sarebbe un “anarchico di destra” che contesta la legittimità delle forme tradizionali “svuotate di ogni vita” e si orienta verso il “mito primordiale”.Come Junger, Evola comprende in sé l’antinomia delle due rivolte (distruttrice e restauratrice) e la fenomenologia esistenziale ed estetica della “sinistra metafisica”.Visto da sinistra, Evola rifiuta il conformismo filisteo ed esalta l’inquietudine e l’”esperienza traumatica”: quella di Evola non sarebbe una rivolta contro il mondo moderno, ma una rivolta per il postmoderno “tradizionalista”, “anarchico” ed “esoterico”.Di recente l’evolismo russo ha subito una sorta di biforcazione ideologica: da una parte si colloca l’evolismo neo-imperiale del partito eurasista di Dugin, dall’altra si colloca l’evolismo ribellistico del partito nazional-bolscevico di Limonov. Il partito nazional-bolscevico è stato fondato da Dugin e Limonov nel 1994 quale sintesi trasgressiva tra radicalismo di destra e di sinistra, tra mistcismo e avanguardia tra la Nep di Lenin e il corporativismo di Mussolini.Nel 2002 Dugin ha fondato il partito eurasista : privilegiando l’azione diretta al bolscevismo metafisico, Limonov ha accusato Dugin di voler incensare il potere e di aderire quello Stato monopartitico (una costellazione di partiti creati dalla “tecnologia politica” del Cremlino e che ruota intorno a Russia Unita il partito del potere) creato da Putin in nome del deržavničestvo e della “democrazia sovrana”.Sostenendo l’idea di un’”altra Russia” senza Putin, Limonov (psudedonimo di Eduard Savenko che è uno degli scrittori di vaglia dell’attuale panorama letterario russo in epoca sovietica è stato più un refrattario che un dissidente, uno scrittore teppista, un esule antioccidentalista in America – dove è ambientato uno dei suoi romanzi migliori Diario di un fallito; negli anni Novanta ha combattuto con i četnici serbi; tornato in Russia, lo scrittore teppista ha fondato il Partito Nazional-Bolscevico e il giornale di “Limonka”; Limonov –che nel periodo del suo esilio ha soggiornato anche in Italia- è un estimatore di D’Annunzio, annovera tra i suoi “mostri sacri” Mussolini, Pasolini e Evola e si considera un avventuriero che prova piacere a rovistare nelle “interiora delle storia”) sostiene che un punto di riferimento ideologico fondamentale, per contrastare la “dittatura neoliberale” di Putin, è la “rivolta contro il mondo moderno” di Evola.Dal canto suo, Dugin sembra privilegiare l’imperialismo pagano di Evola adattandolo alle esigenze dell’eurasismo (anche se Evola ha sostenuto che gli slavi non hanno mai avuto una tradizione): la geografia sacra di Evola e l’impero (come forma profondamente sacra dello Stato tradizionale) sono inserite in una prospettiva geopolitica che intende sia rivitalizzare l’impero tradizionale russo (un spazio geopolitico unitario, quale punto di partenza per una “Restaurazione tradizionale antimondialista”) , sia creare contro l’estremo Occidente (e sulla scia di Thiriart ) l’impero euro-russo da Vladivostock a Dublino. Pur godendo del sostegno di Dugin, Putin non è un eurasista, perché non eleva la geopolitica a categoria esoterico-escatologica.Nel ridisegnare l’iconografia regionale della Federazione russa, Putin si pone al di là di della dicotomia tra “atlantisti” (eredi della geografia della sconfitta retaggio del “nuovo pensiero” gorbacioviano) e neoeurasisti (sostenitori di una “geografia della vittoria” che pone un nuovo limes invalicabile tra Russia e Occidente).Pur avendo reiteratamente sottolineato che la posizione geopolitica della Federazione russa è quella di una “potenza eurasiatica”, Putin è un vostočnik che, pur prendendo in considerazione le “prospettive orientali della Russia”, non sostiene né l’esodo verso Oriente, né l’alleanza tra ortodossia e Islam. Putin fonda la sua politica estera “senza illusioni” su una sorta di pragmatismo patriottico e sovranista. Allo stato attuale, i neoeurasisti considerano il pragmatismo sovranista di Putin come un programma minimo, mentre per il neoslavofilo ortodosso Solženicyn, che non condivide l’idea del neoimperialismo pagano, il pragmatismo di Putin è lungimirante perché ha salvato il retaggio nazionale e la statualità russa dalla catastrofe generata dalla capitolazione di Gorbačëv e di El’cin di fronte all’Occidente, impedendo che la Russia sia incorporata nel mirabolante mondo globalizzato del “Miliardo d’Oro”.Per Dugin, il pragmatismo sovranista è un katechon occasionale (non tradizionale) capace di frenare l’avanzata di quelle “rivoluzioni colorate” (in primo luogo la “ rivoluzione arancione” in Ucraina) nello spazio ex-sovietico sostenute dagli Stati Uniti per impedire che si ricostituisca uno spazio imperiale russo.Sullo sfondo del dibattito politico e geopolitico sulle “rivoluzioni colorate” sono emerse le figure di Malaparte e di Evola. Tecnica del colpo di Stato, infatti, è diventato il manuale dei “neo-bolscevichi liberali” e Malaparte è considerato il “Machiavelli della rivoluzione arancione”.Confermando lo “strano e avventuroso” destino del libro vaticinato dallo stesso Malaparte, i catilinari “neo-bolscevichi liberali” traggono da Tecnica del colpo di Stato l’idea di una “rivoluzione democratica permanente ed esportabile” in grado di far montare l’”alta marea della sedizione” e di rovesciare l’”autocrazia elettiva” instaurata da Putin. In un articolo del 1933, Evola, criticando Malaparte , afferma che la tecnica della rivoluzione russa si basava su tre elementi: l’a-umano “freddo e geometrico” della logica di Lenin; la tecnica ingegneresca di Trockij; la “fatalità e l’impersonalità della massa”.Secondo Evola, l’errore di Malaparte consisteva nell’attribuire un ruolo positivo al bolscevismo, considerandolo un fenomeno europeo e anti-borghese. Ponendo la rivoluzione russa nella prospettiva della “fenomenologia della sovversione”, Evola afferma che Lenin era più pericoloso di Gengis Khan, perché era un “mostro moderno” per il quale le questioni concrete si risolvevano in “formule astratte”, in un esperimento da laboratorio: Lenin non era un uomo d’azione, ma un rabdomante della fatalità rivoluzionaria, perché la rivoluzione seguiva leggi “fatali” che bisognava incanalare.Il leninismo di basava su quella distinzione amico-nemico (rilevata da Schmitt come prima categoria del politico) che, per Evola, non era “essenziale, ma contingente”. Non solo Lenin non era europeo, ma voleva “abbattere il mondo romano-germanico”, come aveva annichilito la Russia autocratica, che era un ordine aristocratico e imperiale: la rivoluzione bolscevica non era un superamento dell’epoca precedente, ma una rivolta messianica e regressiva basata sull’”assurda utopia della proletarizzazione e della socializzazione dell’uomo”; l’Urss era uno Stato “fuori legge” e bisognava “abbandonare Mosca al suo destino”. Diversamente dai neoeurasisti, Evola non concepiva la storia russa come un flusso unico e non considerava l’Urss (che pure riattualizzava il “mito panslavo” in “palese contraddizione con il credo comunista”) come una ricostituzione dell’impero russo sub specie ideocrazia.Secondo Evola, Dostoevskij , nei Demoni, aveva previsto con largo anticipo l’estrema deriva del “miraggio messianico” socialista: l’Eden “mitico” fondato sulla legge universale del lavoro avrebbe reso gli uomini schiavi inconsapevoli. L’Urss, perciò, era una “sostituzione falsificatrice” e una “contraffazione in termini satanocratici” dell’impero russo: la “controreligione” totalitaria di Stalin non aveva edificato un “ordine conforme alla tradizione”, ma aveva operato una sintesi tra spirito rivoluzionario e americanismo, inteso come civiltà delle macchine. Per i nazional-bolscevichi russi, invece, il mito di Stalin si è nutrito di tre immagini -sacerdote, guerriero, produttore- che richiamano alla mente le tre funzioni che Georges Dumézil mette a fondamento delle epopee dei popoli indoeuropei.Mentre per Evola il bolscevismo esoterico rientrava nella fenomenologia della sovversione comunista-panslava, per i neo-eurasisti la metafisica del bolscevismo verte sulla politica di “integrazione nazionale” ed è una sorta di gnosi geopolitica fondata sul “nazionalismo super-etnico”.Per Evola, l’unico “schietto spirito tradizionalista” era stato Stolypin che, essendo avverso sia al socialismo sia al capitalismo, ha tentato di impedire che dal sottosuolo dell’impero si scatenasse il “terrore contro la civiltà russo-bojara”. Pur riconoscendo la centralità di Stolypin (al quale Putin è paragonato) nella storia russa, i neo-erurasisti e i nazional-bolscevichi sostengono un esoterismo di sinistra (quello della “mano sinistra”) e la dottrina della “trascendenza distruttiva”, perché è impossibile restaurare la tradizione.Il “postmoderno dell’Occidente”, per Dugin, è la “fine della storia” di Fukuyama, il “postmoderno dell’Oriente” è l’instaurazione di un integrale Impero della Fine, quale compimento della più grande rivoluzione della storia (continentale e universale). Evocato dal radicalismo metafisico e metapolitico, lo spettro della Tradizione di aggira tra le rovine della Russia post-sovietica caratterizzandosi come rivolta postmoderna (o ultramoderna).Tale tradizione postmoderna appare come una “seconda religiosità” che, per Evola e Spengler, è un “sintomo di disfacimento” e una sorta di occasionalismo tradizionalista. Mentre la tradizione sembra irrigidirsi nella contemplatio mortis, come un testamento senza eredità, la rivoluzione conservatrice postmodernista è assurta all’empireo della geosofia della rivelazione dell’Eurasia, territorializzazione della specificità identitaria della Russia che aspira ad essere “universale e solidale”. Le aporie del neotradizionalismo russo attestano l’esistenza problematica sia della rivoluzione conservatrice (frutto della pseudomorfosi capitalista di fine secolo), sia dell’evolismo russo scisso tra rivoluzione postmoderna/ultramoderna e imperialismo solidale eurasiatico.Dal punto di vista del giudizio sulla Russia e sulla sua metamorfosi supraorganica sovietica (sostenuta dagli eurasisti degli anni Venti e dai neoeurasisti), Evola sembra non inserirsi in quel filone della rivoluzione conservatrice (che va da Spengler a Dugin) ) che ha espresso un giudizio positivo sulla rivoluzione bolscevica e sull’ideocrazia sovietica.Come afferma il filosofo russo Michail Remizov, il tradizionalismo è la realizzazione “tragica” della non esistenza dell’oggetto della tradizione: la rivoluzione conservatrice in Russia si configura come una percezione del presente in termini di “rovesciamento” tradizionalista per contrastare la rivoluzione permanente codificata da Malaparte e fomentata da quella che il ministro degli esteri russo Lavrov ha definito l’“internazionale rivoluzionaria globale”.Mentre le sorti della “democrazia sovrana” di Putin sono ancora incerte, le vie del “rovesciamento” tradizionalista appaiono fantasmagoriche e il loro destino resta indeterminato.

Per ANARCHISMO TECNOLOGICO s’intende definire quella corrente dell'anarchismo concretizzatasi in seguito ai legami tra il pensiero anarchico e lo sviluppo della tecnologia.
I legami tra
anarchismo e tecnologia sono abbastanza datati nel tempo. Gli stessi Bakunin e Kropotkin pensavano che lo sviluppo della tecnologia potesse essere un efficace mezzo per aumentare le produzioni e allo stesso tempo ridurre, o addirittura eliminare, le fatiche dei lavoratori, permettendo perfino nel lungo periodo l’abolizione del capitalismo.
Attualmente in seguito all’evoluzione e allo sviluppo dell’informatica e di
Internet in particolar modo, si è concretizzato un movimento anarchico virtuale che utilizza le tecnologie dell’informazione come mezzo efficace di lotta alla gerarchia, ai monopoli, alle guerre e come strumento di controinformazione capace di contrastare il dominio media ufficiali. Questo movimento è spesso associato all’elettro-anarchismo e al cripto-anarchismo.
Molti anarchici non esitano a dire che l’«open-source» (L’open source, letteralmente "sorgente aperta", indica un software rilasciato con un tipo di licenza che permette la collaborazione libera e spontanea degli utenti, in modo da poter raggiungere un prodotto finale di una complessità superiore a quella che potrebbe ottenere un singolo gruppo di persone… ) e la circolazione dei liberi saperi possono essere considerati una forma d’
anarchismo tecnologico, nella misura in cui permette l’espressione di idee non fondate sulla gerarchia o il business economico, ma sullo scambio libero e volontario (lo stesso progetto di anarchopedia d'altronde ne è un esempio lampante).
Il trans-umanesimo è una filosofia che sostiene e incoraggia l’uso delle tecnologie e delle scoperte scientifiche per migliorare quegli aspetti della condizione umana attraverso l’eliminazione di elementi indesiderati (es.la malattia), al di là delle costrizioni biologiche (elaborazione di una condizione post-umana). Alcuni trans-umanisti sperano, per esempio, di superare e abolire le divisioni di genere grazie al progresso tecnologico. Le loro posizioni sulla civilizzazione è drasticamente opposta a quella degli anarco-primitivisti. Il loro pensiero è espresso sinteticamente e chiaramente nel sito francese Anarcho-transhumanism.com, che descrive così l'anarco-Trans-umanesimo:
Contro la tirannia dei governi, Libertà politica.
Contro la tirannia del capitalismo, Libertà economica.
Contro la tirannia delle persone, Libertà biologica.

Nell' ambito dell’ecologismo radicale si è spesso dibattuto se la tecnologia potesse o meno contribuire a salvaguardare il pianeta dall’autodistruzione . Una animata discussione in merito si realizzò tra il primitivista George Bradford e l’ ecologo sociale Murray Bookchin. Il primo conformemente alla maggior parte degli anarco-primitivisti riteneva che la tecnologia andasse del tutto abbattuta, al pari del capitalismo e dello Stato; Bookchin riteneva al contrario che un’opportuna utilizzazione delle tecnologie potesse contribuire non solo a salvaguardare l’ambiente, ma anche alla creazione di una società umana di liberi e uguali capaci di organizzarsi senza alcuna gerarchia e autorità. Le posizioni più radicali antitecnologiche sono quindi quelle dei primitivisti che auspicano la distruzione di ogni tecnologia e il ritorno ad un epoca precedente la scoperta dell’agricoltura (circa 10-12000 anni fa), con tutte le conseguenze del caso: diminuzione drastica della popolazione, sostentamento basato sulla caccia e la raccolta ecc.
La posizione dei
primitivisti è tuttavia minoritaria tra gli anarchici. La maggior parte ritiene che la sfida dell’anarchismo sia quella della costruzione di una civiltà sostenibile, indirizzando rivoluzionariamente lo sviluppo della tecnologia verso l’eliminazione del capitalismo e di ogni forma di disuguaglianza in tutto in pianeta.

Se bisogna necessariamente parlare di “Resistenza sconosciuta” nel riferirsi alla rimossa partecipazione anarchica all’organizzazione clandestina e alla lotta armata contro il nazi-fascismo tra il 1943 e il 1945, è altrettanto il caso di considerare come semi-sconosciuto il primo antifascismo che, dal 1919 al 1922, si oppose agli squadristi in camicia nera prima della conquista del potere da parte di Mussolini. (…). Cercando le origini e le ragioni dell’avvento del fascismo, appare evidente come l’apparato statale e il potere economico sia industriale sia agrario vent’anni prima erano stati, assieme alle gerarchie cattoliche e agli istituti bancari, a tutti gli effetti mandanti, protettori e finanziatori dello squadrismo fascista, incaricato di salvare l’Italia dagli spettri del bolscevismo ateo e dell’anarchia, ossia di stroncare con la violenza e il terrore le lotte sociali che, dopo la fine dell’immane primo conflitto mondiale, si erano andate sviluppando con forza nelle campagne e dentro le fabbriche, nei borghi come nelle città, al punto da mettere radicalmente in discussione i secolari rapporti di dominio e sfruttamento. (…). Questa sintonia e questo incontro, aldilà delle rispettive convinzioni ideologiche, tra militanti anarchici, lavoratori aderenti alle altre organizzazioni del movimento operaio e proletari “senza partito”, furono perfettamente intuite da Errico Malatesta – punto di riferimento dell’anarchismo organizzato ma anche rispettato ed amato leader del movimento d’emancipazione nel suo complesso – che sostenne in ogni modo lo sviluppo di questo “fronte unico antifascista” tra sovversivi di ogni tendenza. Nella visione malatestiana, la realizzazione di una “intesa diretta fra tutti gli elementi fattivi, al di fuori e al di sopra delle organizzazioni ufficiali”, non solo doveva servire a contrastare efficacemente la minaccia fascista, ma prefigurava il possibile sviluppo di un largo movimento rivoluzionario. (…). Conseguentemente, gli anarchici pressoché di tutte le tendenze, davanti all’incalzare delle spedizioni e delle rappresaglie fasciste, s’impegnarono ovunque in prima persona tanto nell’affrontare gli squadristi quanto nella creazione di strutture territoriali di autodifesa, talvolta composte soltanto da militanti libertari ma più sovente di tipo unitario. (…). Interessante e meritevole d’essere ancora approfondito il rispettivo atteggiamento critico delle varie tendenze anarchiche nei confronti dell’organizzazione ardito-popolare, atteggiamento in cui talvolta s’intravedono curiosi rivolgimenti teorici. Infatti talune diffidenze degli organizzatori verso la struttura paramilitare degli Arditi del Popolo erano motivate dall’avversione verso ogni disciplina, mentre molti di quegli stessi individualisti ribelli ad ogni ipotesi di organizzazione in quanto tale, finanche quella anarchica, non esitarono ad inquadrarsi nelle centurie ardito-popolari, rivestendo anche incarichi di comando. Tali dubbi e contraddizioni furono comunque superati dal precipitare degli eventi e dalla necessità di fronteggiare fascisti e apparati repressivi: gli anarchici, a fianco o all’interno delle squadre degli Arditi del Popolo, si trovarono in prima fila a combattere i fascisti, sia quotidianamente per strada che nelle vere e proprie battaglie che divamparono nelle città. (…). Gli Arditi del Popolo, forti della loro autonomia e della loro determinazione, non facendo mistero dell’intenzione di contrastare e rispondere colpo su colpo al terrore fascista, capovolsero invece la mentalità perdente, legalitaria e pacifista ad oltranza che, pervadendo il movimento socialista, esponeva l’intera classe lavoratrice all’urto dell’aggressione fascista coi suoi inauditi livelli offensivi, esercitata da soggetti addestrati e psicologicamente abituati all’esercizio della violenza nonché pagati ed equipaggiati con le armi cospicuamente offerte dai depositi militari....Il fascismo non fu sempre irresistibile; ma s’impose grazie a connivenze, errori, sottovalutazioni che sarebbero stati pagati a duro prezzo per oltre vent’anni; prima che vecchi e nuovi arditi del popolo trovassero altre armi per un’altra liberazione, in quanto come osservato dallo storico inglese Deakin: “I partigiani del 1945 rappresentavano in un certo senso i vinti del 1922”.
(Marco Rossi,Il primo antifascismo: anarchici e arditi del popolo)

Il periodo attuale ha delle analogie con quello che ha preceduto il ventennio fascista nonostante le innegabili differenze di fondo che caratterizzano le due epoche. Il fascismo è storicamente il braccio brutale del potere economico, in particolar modo quando questo teme che le forze atte a mediare le istanze popolari non siano più capaci di fare il proprio compito: calmare gli animi e garantire il mantenimento dell'assetto sociale senza perderne il controllo assoluto. Da questo punto di vista parrebbe che l'attuale calma del conflitto sociale non possa in alcun modo preoccupare il potere economico nostrano; a ben guardare, taluni fatti mostrano che il periodo attuale è molto più complesso di come appare. Alcune lotte che in questi anni hanno avuto caratteristiche di massa, si sono espresse in maniera vivace dove ampi strati della popolazione hanno fatto propria la pratica dell'azione diretta, non esitando a combattere fianco a fianco a individui e organizzazioni apertamente rivoluzionari (No Tav, No dal Molin, No Ponte, Contro i Cpt o Cie, ecc...).Questo di per sé non parrebbe straordinario, ma, se ci pensiamo bene, non succedeva più da anni! La crisi economica, già prevista da tempo (anche se non con questa intensità), sarà inevitabilmente motore di conflittualità; ciò potrebbe non far dormire sonni tranquilli a non pochi (fra signori e signorie). Di conseguenza per impedire che il disagio economico-esistenziale prenda una strada di aperto conflitto sociale, il sistema sta cercando di inserire altri fattori di scontro quali: l'astio nei confronti dei lavoratori del pubblico impiego, dei rom, il razzismo contro gli immigrati e gli emarginati. In questo contesto, l'uso di formazioni di stampo squadrista assume il duplice ruolo di propaganda e di arruolamento che possiede anche una funzione di deterrente, atto ad impegnare le componenti più radicali dei movimenti, intavolando con loro scontri fisici e spingendoli così fuori dal conflitto sociale (costringendoli in battaglie non comprese dai più).
La crescita della sfiducia nei confronti di chi gestisce la cosa pubblica, ha coinciso con un aumento di un clima di terrore diffuso a regola d'arte dagli organi d'informazione. In questa maniera si cerca di recuperare consenso creando una richiesta, per lo più indotta, di maggiore sicurezza e di maggiore presenza degli apparati repressivi. Questo porta di conseguenza un margine maggiore di azioni svincolate da regole di garanzia dei diritti per poliziotti e tutori dell'ordine imposto dallo stato. In questo contesto si può leggere il ricorso a nuovi corpi di polizia e il tentativo di coinvolgere, se pure in maniera simbolica, gli strati reazionari della popolazione nel controllo delle città. Lo stato attuale non è uno stato dittatoriale né uno stato ponte che precede una dittatura simile a quelle che hanno segnato l'Italia e la Germania nel novecento, ma contiene pericolose analogie in campo repressivo, razzista e di limitazione della libertà. Oggi una dittatura in senso stretto, visti gli attuali equilibri mondiali, i sofisticati mezzi per un capillare controllo sociale, il quasi totale intervento di controllo e di deviazione dell'informazione, la possibilità d'intervenire pesantemente sui comportamenti e sul pensiero collettivo rendono questa eventualità remota e probabilmente anche inutile; non di meno, in questo contesto, un uso più totalitario del potere unito alla riscoperta di valori quali patria, chiesa, famiglia e al culto della personalità, garantiscono a chi comanda di agire indisturbato. Consci del fatto che la storia non si ripete mai in maniera analoga, ma si ripropone, è necessario per noi evidenziarne le similitudini.
Laboratorio Anarchico Perlanera Alessandria

Giulio Colangeli, 20 anni, è sopravvissuto al terremoto che ha colpito l’Abruzzo. Non così suo zio, sua zia, alcuni suoi amici. Nonostante ciò il padre Antonello, medico, attribuisce il suo salvataggio a un “intervento divino”. La storia è circolata all’estero, grazie a un articolo di Lucy Bannerman pubblicato sul sito del Times.

Troppa autodeterminazione nel mondo moderno. L’ha sostenuto oggi Benedetto XVI, durante l’omelia della santa messa crismale, indicando esplicitamente il responsabile: Friedrich Nietzsche. Il filosofo tedesco, morto 109 anni fa, a detta del papa tedesco “ha dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo”.

Milano (Reuters) - Due agenti della polizia ferroviaria sono stati arrestati con l'accusa di aver picchiato a morte un senzatetto italiano lo scorso settembre in un commissariato alla stazione Centrale di Milano, un'accusa che i due arrestati respingono sostenendo che l'uomo è morto per un malore dopo aver avuto un diverbio con loro.
Lo hanno riferito oggi fonti investigative.
I due agenti della Polfer sono stati arrestati nei giorni scorsi con l'accusa di aver ucciso l'uomo, di circa 60 anni, lo scorso 6 settembre.
Secondo la ricostruzione della procura, l'uomo si trovava fuori dalla stazione Centrale, sul lato verso piazza IV novembre, assieme ad altre persone ed era ubriaco, come risultato dagli esami tossicologici.
Allora, sempre secondo la procura, i due poliziotti si sarebbero avvicinati e avrebbero avuto una discussione con l'uomo e i suoi compagni che successivamente si sarebbero allontanati lasciandolo solo coi poliziotti. Allora i poliziotti lo avrebbero portato nel commissariato della stazione dove sarebbe avvenuto il pestaggio, secondo la ricostruzione del pm Isidoro Palma.
I risultati dell'autopsia hanno rivelato che l'uomo aveva la milza spappolata e diversi traumi e lividi che dimostrerebbero la morte per pestaggio.
I due agenti della Polfer invece -- che negano tutto -- sostengono che dopo averlo portato in commissariato per incriminarlo di ubriachezza molesta, l'uomo avrebbe tirato fuori un coltello -- poi ritrovato, ma mai usato, secondo il pm. E' a quel punto che i due agenti, secondo la loro versione dei fatti, avrebbero reagito provocando una breve colluttazione. A loro dire, successivamente il senzatetto si sarebbe sentito male e avrebbe detto di essere cardiopatico, il che li avrebbe spinti a chiamare il 118. Secondo gli agenti l'uomo sarebbe morto in ambulanza.

Allontanandosi dallo scetticismo positivista, l'anarchismo, divenuto inconsapevole dell'irrazionalità del reale, credette capire, volle persuadersi ed ebbe la presunzione di dimostrare le proprie verità. L'idea non fu più una visione ideale bensì una essenza della ragione e della scienza. La giustificazione dell'anarchismo era in lui stesso, ed egli, invece, andò a cercarla tra le formiche, negli alveari, tra i castori, tra gli Eschimesi; quando non delirò in riconoscimenti astronomici o biologici". "L'errore iniziale, fecondo come reazione ad opposte deduzioni fallaci, del naturalismo solidarista di Kropotkin fu pantografato dal semplicismo dei semi-colti, alcuni dei quali caddero in idolatrie scientificiste di una commovente ingenuità. Ancora oggi permane come caratteristica della stampa anarchica l'argomentazione per analogie naturaliste, sì che Tizio combatterà la famiglia monogamica basandosi sulla poligamia australiana, mentre Caio si entusiasmerà sui benefici della sterilizzazione, senza curarsi di porsi il problema delle leggi dell’ereditarietà: problema insoluto e forse insolvibile. Il positivismo non può essere che fenomenismo, ossia dottrina che ritiene possibile soltanto la conoscenza empirica dei fenomeni. Come positivista, respingerò, dunque, qualsiasi verità sulla materia. E fino a quando la materia rimarrà per me un mistero, in quel mistero vi è posto per Dio. Non conosco Dio, non affermo Dio, ma non lo nego. Per affermarlo dovrei conoscere il suo modo di essere, ma nel negarlo dovrei conoscere la natura. Ora io non conosco che una foglia di questa immane foresta: anzi non conosco che l'apparenza di una foglia. Tutti i ragionamenti dell'ateismo sono di una presunzione enorme e mi sembrano altrettanto assurdi dei ragionamenti del teismo. Irrazionalista, l'anarchismo non sarebbe ateo bensì agnostico. E sarebbe il solo modo di essere razionale. Diffidenza verso il si sa dello scienziato; nessuna concezione universale del mondo, agnosticismo di fronte al problema religioso". "Questa è la posizione dell'irrazionalista, in sede filosofica. Dal lato politico-sociale, le cose si complicano. Che la realtà è infinitamente più vasta del pensiero, che non tutti i problemi sono solubili, è evidente e mi rassegno a questa evidenza". "Ma non è il problema della razionalità del mondo che mi interessa bensì quello della razionalità della mia azione. Vi è un pericolo nell'irrazionalismo: lo scetticismo. La constatazione dell'insolubilità dei problemi metafisici mi soddisfa poichè è una soluzione, ma non sono affatto disposto alla quiete dello scettico. Lo scetticismo è il riflesso pratico dell'irrazionalismo, ma non nel senso causale bensì nel senso correlativo. L'anarchico irrazionalista non può cadere nello scetticismo. Credere di possedere la verità o considerarla come inaccessibile è un bivio che non può esistere per l'anarchico irrazionalista. Appunto perché irrazionalista egli è premunito contro le deduzioni dello scetticismo. Quando lo scettico dice: perché affannarsi a cambiare, ché tanto il mondo è sempre, su per giù, lo stesso? L'anarchico irrazionalista domanda: come fai a dire che il mondo non può cambiare in meglio?". Lo scetticismo non è per gli anarchici e l'anarchico non è uno scettico: "Lo scettico non è che la caricatura o il cadavere vivente dell'irrazionalista.
(da "Irrazionalismo ed Anarchismo" di Camillo Berneri)

LONDRA (Reuters) - I manifestanti che protestano contro il vertice del G20, che comincerà ufficialmente domani, si sono scontrati con la polizia in assetto anti-sommossa e hanno infranto le vetrine di alcuni uffici nel cuore finanziario di Londra in una protesta contro il sistema finanziario che, a loro dire, ha rubato ai poveri per dare ai ricchi.
Centinaia di manifestanti hanno assediato una filiale della Royal Bank of Scotland, infrangendone le vetrine. Salvata dal governo lo scorso ottobre, Rbs è diventata l'obiettivo della rabbia della gente per via dei super-stipendi concessi ai banchieri.
Le proteste si stanno svolgendo alla vigilia del vertice del G20 che vedrà seduti attorno allo stesso tavolo le potenze economiche mondiali e alcuni Paesi in via di sviluppo.
La polizia ha circondato l'edificio per tenere lontana la folla mentre i manifestanti lanciavano oggetti pieni di vernice e bottiglie al grido di "Queste strade, le nostre strade! Queste banche, le nostre banche"!
La polizia ha riferito che alcuni agenti sono stati feriti aggiungendo in una nota che: "Sono stati lanciati diversi oggetti contundenti contro gli agenti e ci sono stati scatti d'ira contro i cordoni di poliziotti, mentre cresce il livello di violenza contro la polizia".
In precedenza in migliaia sono sfilati dietro delle immagini dei quattro cavalieri dell'Apocalisse che incarnano i crimini finanziari, la guerra, il cambiamento climatico e la perdita della casa.
Alcuni hanno lanciato uova contro la polizia mentre altri hanno gridato slogan come "Fare un falò, e metterci in cima i banchieri" o come "Vergogna" contro i lavoratori del settore finanziario che osservavano la manifestazione dalle finestre blindate dei loro uffici.

A Parigi circa 100 lavoratori infuriati hanno preso d'assalto la macchina del miliardario Francois-Henri Pinault mentre lasciava una riunione nella sede del suo gruppo PPR. Lo hanno riferito fonti sindacali. Pinault, ultima 'vittima' della reazione dei lavoratori colpiti dalla crisi economica, e' uno degli uomini piu' ricchi di Francia con patrimonio stimato nel 2007 a 14,5 miliardi di euro. E' proprietario di un vasto gruppo che va dal marchio Gucci alla casa d'aste Christie's. In Italia possiede tra l'altro Palazzo Grassi a Venezia.

Lo Stato Fascista è, ormai, una realtà. Le sue leggi, i suoi ordinamenti, i suoi principî trovano ogni giorno più larga applicazione. Audaci esperimenti di carattere sociale, economico e finanziario già rivelano, agli occhi degli uomini di fede e di esperienza, il disegno del nuovo assetto politico. Non è da escludere che da molte delle riforme attuate scaturiscano ispirazioni di riforme integrative o del tutto nuove. La logica rivoluzionaria, per esempio, ci indica nel Parlamento un problema che è ancora da risolvere, in armonia con alcune delle riforme già attuate. Può darsi, è anzi certo, che tutto il corso della nostra Rivoluzione ci porti, un giorno non lontano, a incidere ancora più profondamente nella costituzione. Ma, nelle linee maestre, lo Stato Fascista è.
E, tuttavia, la Rivoluzione non è finita. Essa, anzi, celebrandosi l'anno quarto del suo avvento, afferma il suo carattere di permanenza. Dall'immenso lavoro compiuto per creare il nuovo sistema, essa deve passare, decisamente, al lavoro da compiersi per ordinare entro quel sistema il popolo italiano, con le sue tradizioni, con le sue aspirazioni, con le sue qualità, onde far sì che sistema politico e popolo formino un'unità storica. Molto di ciò che fu fatto, fu fatto senza il popolo o contro il popolo, indifferente od ostile, e l'unanimità dei consensi di oggi è il risultato di fattori straordinarî. Su questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo italiano dinanzi agli altri popoli.
Immensa fatica che si prospetta negli anni! L'azione, che fu merito e vanto d'una generazione, travalica nelle generazioni a venire: ma il trapasso deve compiersi con quei caratteri d'intima, religiosa, impegnativa serietà, ch'ella ebbe nel suo inizio. Per evitare gli inganni si debbon toglier di mezzo, tra una generazione e l'altra, coloro che hanno aderito senza comprendere e che seguono senza fede.
(Giuseppe Bottai, La rivoluzione permanente, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1926, p. 39).

Un'analisi delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II nelle ultime settimane della sua esistenza dimostra che non gli sono state praticate alcune cure che avrebbero potuto tenerlo in vita ancora a lungo. Il vecchio papa le ha rifiutate perche' le considerava troppo gravose.
Secondo l'anestesista Lina Pavanelli, il trattamento medico ricevuto da papa Wojtyla nelle ultime settimane di vita costituisce, secondo i criteri stabiliti dalla Chiesa cattolica, un vero e proprio atto di eutanasia.
Solo Giovanni Paolo II, nell'ultima fase della sua malattia, e' il parere del medico, puo' aver detto no alla nutrizione artificiale, non e' possibile infatti ipotizzare che un team di medici del livello di quelli che lo hanno seguito non l'abbiano proposta al paziente. Il principio da cui si parte e' che i protocolli che indicano quando introdurre la nutrizione artificiale sono molto chiari e nel caso del Pontefice non solo era arrivato il momento, ma ad un certo punto sarebbe stato necessario nutrirlo artificialmente, Ci deve essere stato un periodo in cui non e' stato alimentato abbastanza. Solo la sua autodeterminazione al rifiuto del trattamento puo' spiegare il comportamento dell'equipe medica. In quelle condizioni per l'etica cattolica e' un atto di eutanasia.

Ho capito che le azioni messe a segno di questi giorni a Torino fanno scalpore. Non fanno mai scalpore, invece, le cose che capitano nei Cie. Vuole che gliene elenchi qualcuna? La gente sta reclusa lì dentro per sei mesi: peggio che in una galera. Vivono in condizioni disumane. Sono soggetti a violenze. E se non basta gliene dico altre». Del tipo? «Lei lo sa che nel cibo dei migranti rinchiusi nei Cie, la sera, vengono messi psicofarmaci? O meglio: le voci che ci arrivano raccontano di ragazzi che crollano addormentati come sassi subito dopo aver mangiato. Purtroppo non siamo mai riusciti a far analizzare quella roba, ma il sospetto, mi creda, è fortissimo». La voce, va detto subito, è infondata. Ma circola, e alimenta il clima avvelenato di questi giorni, fa crescere la tensione e l’attenzione esasperata verso i Centri.
Ha argomenti e voce per farsi sentire Maria Matteo, storica figura del mondo anarchico torinese. Mentre spiega che sì: «C’è una campagna che noi dell’Assemblea antirazzista abbiamo lanciato su centri di identificazione ed espulsione». Ma non rivendica l’assalto al ristorante «Del Cambio». «Io ero a Jesi: non so chi lo abbia fatto». E il volantinaggio ad Eataly? «Quello sì, è dell’Assemblea: i volantini sono firmati». Non sarà stata lei o la Fai, la Federazione anarchica italiana, a mettere a segno l’azione, ma dice: «È un gesto che ha fatto tantissima eco, più di quella immaginata». E ancora: «Secondo me le questioni del Cie di questi giorni avranno ispirato qualcuno.
"Comunque un po’ di sterco è poca cosa rispetto al sangue dei tunisini che si sono feriti per protesta". Di più non dice Maria Matteo, che da sempre porta in giro la bandiera rosso e nera dell’Anarchia. Quella di chi conosce e si riconosce in Bakunin, e che ha il culto di Errico Malatesta. Che lavora e che scrive. Fiumi di inchiostro per tenere viva la memoria di quella che chiamano Anarchia sociale.