
Lo Stato Fascista è, ormai, una realtà. Le sue leggi, i suoi ordinamenti, i suoi principî trovano ogni giorno più larga applicazione. Audaci esperimenti di carattere sociale, economico e finanziario già rivelano, agli occhi degli uomini di fede e di esperienza, il disegno del nuovo assetto politico. Non è da escludere che da molte delle riforme attuate scaturiscano ispirazioni di riforme integrative o del tutto nuove. La logica rivoluzionaria, per esempio, ci indica nel Parlamento un problema che è ancora da risolvere, in armonia con alcune delle riforme già attuate. Può darsi, è anzi certo, che tutto il corso della nostra Rivoluzione ci porti, un giorno non lontano, a incidere ancora più profondamente nella costituzione. Ma, nelle linee maestre, lo Stato Fascista è.
E, tuttavia, la Rivoluzione non è finita. Essa, anzi, celebrandosi l'anno quarto del suo avvento, afferma il suo carattere di permanenza. Dall'immenso lavoro compiuto per creare il nuovo sistema, essa deve passare, decisamente, al lavoro da compiersi per ordinare entro quel sistema il popolo italiano, con le sue tradizioni, con le sue aspirazioni, con le sue qualità, onde far sì che sistema politico e popolo formino un'unità storica. Molto di ciò che fu fatto, fu fatto senza il popolo o contro il popolo, indifferente od ostile, e l'unanimità dei consensi di oggi è il risultato di fattori straordinarî. Su questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo italiano dinanzi agli altri popoli.
Immensa fatica che si prospetta negli anni! L'azione, che fu merito e vanto d'una generazione, travalica nelle generazioni a venire: ma il trapasso deve compiersi con quei caratteri d'intima, religiosa, impegnativa serietà, ch'ella ebbe nel suo inizio. Per evitare gli inganni si debbon toglier di mezzo, tra una generazione e l'altra, coloro che hanno aderito senza comprendere e che seguono senza fede.
(Giuseppe Bottai, La rivoluzione permanente, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1926, p. 39).
E, tuttavia, la Rivoluzione non è finita. Essa, anzi, celebrandosi l'anno quarto del suo avvento, afferma il suo carattere di permanenza. Dall'immenso lavoro compiuto per creare il nuovo sistema, essa deve passare, decisamente, al lavoro da compiersi per ordinare entro quel sistema il popolo italiano, con le sue tradizioni, con le sue aspirazioni, con le sue qualità, onde far sì che sistema politico e popolo formino un'unità storica. Molto di ciò che fu fatto, fu fatto senza il popolo o contro il popolo, indifferente od ostile, e l'unanimità dei consensi di oggi è il risultato di fattori straordinarî. Su questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo italiano dinanzi agli altri popoli.
Immensa fatica che si prospetta negli anni! L'azione, che fu merito e vanto d'una generazione, travalica nelle generazioni a venire: ma il trapasso deve compiersi con quei caratteri d'intima, religiosa, impegnativa serietà, ch'ella ebbe nel suo inizio. Per evitare gli inganni si debbon toglier di mezzo, tra una generazione e l'altra, coloro che hanno aderito senza comprendere e che seguono senza fede.
(Giuseppe Bottai, La rivoluzione permanente, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1926, p. 39).
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